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	<description>Faber est suae quisque fortunae</description>
	<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 11:26:12 +0000</pubDate>
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		<title>Nessun dubbio, vogliono il morto (Gabriele Adinolfi)</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 16:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[OMNIBUS]]></category>

		<category><![CDATA[Blocco Studentesco]]></category>

		<category><![CDATA[Gabriele Adinolfi]]></category>

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		<description><![CDATA[Vogliono il morto! Che a volerlo siano i “rivoluzionari” frustrati dalla perdita di ogni consenso e addestrati dai loro seminari politici all&#8217;eliminazione degli avversari è quasi normale. Non è normale, non è usuale, non è ammissibile, non accadeva neppure negli Anni Settanta, quello che alcuni fiancheggiatori, protettori e complici dei frustrati dei Centri Sociali e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 150px; HEIGHT: 150px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/11/chilhavisto.jpg" alt="" />Vogliono il morto! Che a volerlo siano i “rivoluzionari” frustrati dalla perdita di ogni consenso e addestrati dai loro seminari politici all&#8217;eliminazione degli avversari è quasi normale. Non è normale, non è usuale, non è ammissibile, non accadeva neppure negli Anni Settanta, quello che alcuni fiancheggiatori, protettori e complici dei frustrati dei Centri Sociali e di Rifondazione stanno oggi facendo. Non è accettabile che escano articoli compiacenti con i facinorosi, gli aggressori, i mazzieri stipendiati dai partiti, che alcune testate nazionali (Corriere della sera, Repubblica) hanno pubblicato. Non è immaginabile che si lascino esporre all&#8217;università liste di proscrizione con nomi e foto degli obiettivi da colpire, com&#8217;è accaduto lunedì mattina. E questo all&#8217;indomani di una prima serie di aggressioni commesse in Italia condite dall&#8217;improvviso apparire di attentati vari su obiettivi diversi. Uno scenario fosco che si ripete. Permettere tutto questo significa, esattamente come trentacinque anni fa, alimentare la spirale anziché interromperla.<br />
Non è perdonabile che, trentacinque anni dopo, per un calcolo politicante da quattro soldi, ci sia chi, come Di Pietro, ripercorre la strada di Giacomo Mancini ammiccando a quelli che “uccidere un fascista non è reato”. Mancini se ne pentì, ma era troppo tardi. Di Pietro magari se ne pentirà anche lui ma già adesso non ha scuse perché egli ha davanti agli occhi il precedente del sangue che scorse a fiumi a causa della copertura politica al nascente terrorismo che il dirigente socialista di allora, come l&#8217;Idv di oggi, non aveva saputo - o voluto - vedere. Gravissimo; ma paradossalmente nella gravità siamo già andati oltre.<br />
Alla Rai nella serata di ieri è stato mandato in onda (<em><strong>la trasmissione era &#8220;Chi l&#8217;ha visto?&#8221;, Faber</strong></em>) un filmato forse fornito proprio dal Blocco Studentesco e sono stati incredibilmente fissati dei fermo-immagine su studenti del Blocco Studentesco con la richiesta: “Sapete chi sono? Come si chiamano? Dove abitano?”. Poiché il Blocco che non ha niente da nascondere ha fornito molti filmati ai media, e poiché i volti e i nomi di ragazzi che fanno politica e chiedono regolari permessi sono noti alla polizia, quest&#8217;appello non può avere altro effetto se non quello di scaldare gli animi di chi già viene aizzato sul terreno incosciente dell&#8217;antifascismo militante dalla segreteria di un partito che non ha più alcun argomento politico e non avrà altra conseguenza se non quella di far capire a chi partecipa alla caccia all&#8217;uomo che gode di una copertura articolata e diffusa. Se non li si ferma subito non tarderanno ad assassinare! Certo, come primo atto sarà denunciato legalmente chi usa la televisione come uno strumento personale e mette a rischio l&#8217;incolumità degli studenti, ma non basta. Urge una presa di posizione ferma da parte dei giornalisti e sono indispensabili le interrogazioni parlamentari.<br />
Trentacinque anni fa si preferì lasciar divampare l&#8217;incendio ma stavolta, per fortuna, non ci sono solo piromani. Ma un pompere che dorme diventa incendiario a sua volta. Non si sottovaluti il pericolo e non si frappongano indugi! Neutralizziamo i mandanti e facciamolo subito!</p>
<p style="TEXT-ALIGN: right"><strong>Gabriele Adinolfi</strong><br />
<em><A HREF="http://www.noreporter.org/"target="blank">(da &#8220;No Reporter&#8221; - 4 novembre 2008)</A></em></p>
<p><em><strong>Ad adiuvandum i filmati di &#8220;Chi l&#8217;ha visto&#8221; e del Blocco studentesco</strong></em></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/3ZkW6YuSs5k&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/3ZkW6YuSs5k&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object><br />
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/KdJFhgyDVfE&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/KdJFhgyDVfE&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
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		<title>Il signore sì che se ne intende…</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 15:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[FOCUS]]></category>

		<category><![CDATA[Blocco Studentesco]]></category>

		<category><![CDATA[Francesco Cossiga]]></category>

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		<description><![CDATA[«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 140px; HEIGHT: 180px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/10/cossiga_forattini_77.jpg" alt="" /><em>«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri… Nel senso che le forse dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano… Questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio»</em> (1).<br />
Guardando le tante immagini degli scontri di ieri mattina in piazza Navona a Roma, mi sono tornate in mente queste parole di Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica, ma sopratutto esperto ex ministro degli Interni. Proprio quel Ministro degli Interni che in Parlamento nel 1980, ad appena 48 ore dall’attentato alla stazione di Bologna, annunciò solennemente - ben prima di qualsiasi indagine - che la bomba era “fascista” (<em>«Non da oggi si è delineata la tecnica terroristica di timbro fascista. Il terrorismo nero ricorre essenzialmente al delitto di strage perché è la strage che provoca paura, allarme, reazioni emotive e impulsive»</em>), dando il via ad un’intensa stagione di repressione a senso unico nei confronti della destra extraparlamentare e non. Solo undici anni dopo, davanti al “Comitato per i servizi di sicurezza” (15 marzo 1991) riconobbe di aver sbagliato nell’addebitare la strage alla ‘destra’, sostenendo che <em>«il giudizio espresso allora fu il frutto di errate informazioni che mi furono fornite dai Servizi e dagli organi di polizia. La subcultura e l&#8217;intossicazione erano agganciate a forti lobby politico-finanziarie»</em>. Neanche una parola per le decine di ragazzi che furono travolti e rovinati da quell’inchiesta giudiziaria.<br />
La sua <em>“ricetta democratica”</em> somiglia pericolosamente all’atteggiamento tenuto ieri dalle forze dell’ordine, che &#8216;odora&#8217; di direttive superiori. Prima hanno ‘scortato’ in piazza Navona il corteo degli universitari, pesantemente inquinato dalla presenza di centinaia di appartenenti ai centri sociali (considerando l’età apparente, c’erano numerosi ‘fuori corso’), poi hanno consentito ai più esagitati - corroborati dalla colonna sonora con<em> “Bella ciao”</em> e <em>“siamo tutti antifascisti”</em> - di attrezzarsi per lo scontro con caschi, passamontagna, bastoni, bottiglie e sassi (qualche minuto dopo si riforniranno anche di sedie e di tavolini &#8216;presi in prestito&#8217; da un locale della piazza). Quindi, miracolosamente sono spariti dalla piazza, evitando di frapporsi tra questi pacifici manifestanti ed i ragazzi di “Blocco studentesco”, che presidiavano la piazza insieme agli studenti delle superiori al suono di <em>“Né rossi né neri, solo liberi pensieri”</em>.<br />
Infine, a completare il quadro anomalo, altri reparti in assetto antisommossa che, pur controllando gli accessi alla piazza, sono intervenuti con una calma serafica lasciando scatenare gli scontri ed operando 2 arresti (in una sorta di ‘par condicio’, uno per parte, anche se&#8230; 34 anni il ‘rosso’, 19 il ‘nero’) e 21 fermi, in questa categoria l’organizzazione studentesca di destra si è aggiudicata il 100%.<br />
Accaduto ciò, da ieri si parla più degli scontri che dei contenuti del decreto Gelmini, si affaccia prepotentemente la criminalizzazione della presenza nella protesta dei giovani di destra non governativi, riecheggiano nuovamente richieste di scioglimento di organizzazioni giovanili e partiti. Tutto ciò mi ricorda qualcosa…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Faber </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>(Vignetta di Forattini - 1977)</em></p>
<p><em>1) Quotidiano Nazionale, 23 ottobre 2008</em></p>
<p><em><strong>P. S.= A proposito di immagini, per chi volesse farsi un’idea di come sono andate le cose:</strong></em></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/5wTeI_tatoY&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/5wTeI_tatoY&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/hFtUMqREeNY&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/hFtUMqREeNY&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
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		<title>Il voto segreto rinforza la memoria?</title>
		<link>http://www.spigoli.info/archives/206</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Oct 2008 15:47:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[MEMORIA]]></category>

		<category><![CDATA[Gaetano Pecorella]]></category>

		<category><![CDATA[Ignazio La Russa]]></category>

		<category><![CDATA[Sergio Ramelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra memoria negata, memoria ripudiata e memoria corta, lo schieramento destro della politica italiana ormai non conosce rivali. Il tempo passa ed i tentativi di dimenticare, di giustificare, di sminuire, addirittura di negare, crescono a dismisura. Allora, è utile che qualcuno si trasformi in dose massiccia di ‘memoril’ perché il tempo non cancelli le azioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 160px; HEIGHT: 120px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/10/memoria_magritte.jpg" alt="" />Tra memoria negata, memoria ripudiata e memoria corta, lo schieramento destro della politica italiana ormai non conosce rivali. Il tempo passa ed i tentativi di dimenticare, di giustificare, di sminuire, addirittura di negare, crescono a dismisura. Allora, è utile che qualcuno si trasformi in dose massiccia di ‘memoril’ perché il tempo non cancelli le azioni ed i pensieri degli uomini politici con un semplicistico colpo di spugna. Appunto perciò <strong>SPIGOLI </strong>saluta con gioia la ‘trombatura’ di Gaetano Pecorella - fortemente voluto dal Cavaliere come giudice della Corte Costituzionale - e, &#8216;obtorto collo&#8217;, un sentito ringraziamento va ad Antonio Di Pietro ed agli ex ‘compagni’ dell’avvocato-parlamentare di Forza Italia.<br />
Non tanto, o non solo, perché il suo percorso politico, prima di approdare alla &#8216;corte berlusconiana&#8217;, risulta alquanto originale. Nella Milano degli anni ’70, era un simpatizzante del Movimento studentesco, ha quindi lambito gli ambienti di Potere operaio, collaborando col servizio giuridico di Soccorso Rosso che prestava aiuto legale e finanziario ai ‘compagni vittime della repressione’, infine fu candidato alle regionali lombarde con Democrazia proletaria.<br />
Chi era in quegli anni Pecorella lo raccontava il Corriere della Sera: <em>«Assai vicino al Movimento studentesco, ne condivide le idee, firma manifesti e proteste, ma evita di issare cartelli e striscioni durante le manifestazioni di piazza… indossa la toga e difende quelli che nei cortei agitano i pugni chiusi. Ci sono gli avvocati di Soccorso rosso, di cui è punta avanzata Giuliano Spazzali e c&#8217;è il gruppo degli ‘avvocati democratici’: Pecorella detto ‘Nino’, Marco Janni, Luca Boneschi, Gigi Michele Mariani, Michele Pepe»</em> (1).<br />
Il sincero ringraziamento all’attuale opposizione parlamentare è motivato soprattutto da un episodio che risulta impossibile cancellare dalla memoria di chi ha vissuto o conosciuto l’antifascismo militante. Siamo nel 1987 al Tribunale di Milano, dopo ben 12 anni si svolge il processo agli assassini di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù milanese ammazzato da militanti di Avanguardia operaia a colpi di chiave inglese ‘hazet 36’, proprio quella lunga ‘appena’ quaranta centimetri. Gaetano Pecorella è l’avvocato difensore di Saverio Ferrari, imputato - e condannato a 5 anni e 6 mesi - per un&#8217;aggressione collegata all’omicidio Ramelli, che aveva visto come co-protagonisti alcuni assassini di Sergio, ed aveva causato il grave ferimento di tre ragazzi: Fabio Ghilardi (due operazioni, coma, polmone d’acciaio, epilessia permanente), il 16enne Giovanni Maida (quattro fratture alla mandibola ed una alla spalla) e Bruno Carpi (doppio sfondamento della calotta cranica).<br />
Durante l’arringa, il penalista - forte del suo passato politico ed ancora lontano dai banchi parlamentari azzurri - si lasciò andare appassionatamente, come raccontato dalla cronaca giudiziaria di una fonte insospettabile come “l’Unità”: <em>«Quando i diritti fondamentali di una comunità non vengono realizzati, come la messa al bando del MSI, la comunità ha il diritto di riappropriarsi di quei diritti… Togliere agibilità politica e spazi di aggregazione ai fascisti non è un reato, ma la legittima applicazione di un principio costituzionale»</em> (2).<br />
Frase che un decennio dopo, Pecorella - folgorato sulla via di Arcore con la sua prima candidatura al Parlamento - ha negato, forse anche perché nel collegio uninominale erano necessari anche i voti degli elettori di Alleanza nazionale: <em>«Una frase che sicuramente non ho mai detto. Primo perché non mi riconosco in quei concetti e in quei termini, secondo perché da avvocato, avrei reso un pessimo servizio al mio assistito»</em> (3).<br />
Eppure, Ignazio La Russa - in quel processo avvocato della famiglia Ramelli - appena due anni fa confermava: <em>«Lui fu uno dei pochi che nell’arringa finale ribadì che uccidere un fascista era meno grave. Invece gli avvocati Giuliano Spazzali e Giuliano Pisapia misero da parte la militanza e fecero prevalere le loro capacità giuridiche» </em>(4).<br />
Chissà, se tra le decine di voti che questa mattina - nel segreto dell’urna - sono mancati a Pecorella ci saranno state anche le schede del Ministro della difesa e di tanti altri ex missini ed ex camerati di Sergio. <a href="http://www.spigoli.info/archives/36" target="blank"><strong>Mi piace crederlo&#8230;</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Faber </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>(Quadro: &#8220;La memoria&#8221; di Magritte)</em></p>
<p><em>1) Corriere della Sera, 22 giugno 1998<br />
2) l&#8217;Unità, 6 maggio 1987</em><br />
(articolo citato nel volume <em>“Sergio Ramelli: una storia che fa ancora paura” </em><br />
curato da Guido Giraudo - Sperling &#038; Kupfer Editori)<br />
<em>3) Corriere della Sera, 3 giugno 1998<br />
4) Magazine Corriere della Sera, 9 febbraio 2006</em></p>
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		<title>La ‘quinta colonna’ piace ai &#8216;rossi&#8217;…</title>
		<link>http://www.spigoli.info/archives/203</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Oct 2008 17:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[MEMORIA]]></category>

		<category><![CDATA[Arrigo Petacco]]></category>

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		<category><![CDATA[Oscar Luigi Scalfaro]]></category>

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		<description><![CDATA[Il dibattito è stato intenso, ma breve e non risolutivo. Ora - a meno di un mese dal diktat finiano - sia gli ‘anti-antifascisti’ che i ‘neo-antifascisti’ fanno finta di nulla e tacciono. Intanto, i cimeli sono rimasti al loro posto nelle case e nelle sezioni, il saluto legionario è ancora protagonista, le ‘celtiche’ restano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 160px; HEIGHT: 200px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/10/colonne.jpg" alt="" />Il dibattito è stato intenso, ma breve e non risolutivo. Ora - a meno di un mese dal diktat finiano - sia gli ‘anti-antifascisti’ che i ‘neo-antifascisti’ fanno finta di nulla e tacciono. Intanto, i cimeli sono rimasti al loro posto nelle case e nelle sezioni, il saluto legionario è ancora protagonista, le ‘celtiche’ restano al collo e tra ventidue giorni sarà il momento delle libagioni celebrative.<br />
Nello stilare un bilancio di quel sabato ad ‘Atreju’, escluso lo scontato e ridondante consenso degli ‘afecionados’, l’ennesima <a href="http://www.spigoli.info/archives/190" target="blank"><strong>capriola finiana</strong></a> ha costretto taluni a compiere spavaldi sforzi dialettici (fino a provare <a href="http://www.spigoli.info/archives/192" target="blank"><strong>noia</strong></a> nel <em>«parlare di fascismo e antifascismo»</em>) per non entrare in contrasto con le sue parole e per tacitare i dissensi, confidando nell’imminente confluenza nel Pdl, dove si prevede non sarà obbligatorio dichiararsi antifascisti. Mentre in Alleanza Nazionale è arrivato il ‘diktat bis’ del ministro Altero Matteoli: <em>«Chi non condivide le parole di Fini si mette fuori da An»</em>.<br />
Per trovare un clima entusiastico bisogna spostarsi sul fronte avverso, in quel mondo culturale che ha trovato un inaspettato alleato e si è dimostrato subito riconoscente: <em>«Le convinzioni di Fini</em> - ha scritto Gianfranco Pasquino, docente universitario a Bologna e collaboratore de “l’Unita” - <em>sono cambiate nel corso del tempo in maniera coerente e sono approdate al riconoscimento di verità storiche che stanno a fondamento della Repubblica italiana»</em> (1).<br />
Maggiormente entusiasta, Luciano Canfora (docente universitario a Bari, nel comitato scientifico della Fondazione Gramsci e frequentatore assiduo dei congressi dei Comunisti italiani): <em>«Non so dove Fini abbia studiato recentemente, ma definire così l’antifascismo è molto avanzato» </em>(2).<br />
Un’intellighenzia che, in perenne difficoltà al cospetto del montante ed illuminante filone storico ‘revisionista’, ha trovato un favoreggiatore, subito abbracciato e coccolato, fino a concedergli un consenso pressoché unanime: <em>«Le sue dichiarazioni </em>– spiega Nicola Tranfaglia, docente universitario a Torino e nel comitato scientifico della Fondazione Gramsci - <em>in qualche modo concludono, perché vanno in direzione opposta, il percorso avviato da Luciano Violante nel ’96, con l’apertura ai ‘ragazzi di Salò’. Un discorso infausto. E’ significativo che ci sia questo rovesciamento di ruoli e che arrivi la smentita di Fini alle parole di Violante»</em> (3).<br />
Lo storico, ex deputato dei Comunisti Italiani, è stato prontamente supportato da Claudio Pavone (docente universitario a Pisa, vicepresidente dell&#8217;Istituto per la storia del movimento di liberazione ed ex partigiano), che ha considerato particolarmente importanti le dichiarazioni di Fini <em>«perché spiazzano tutti coloro che, da qualche anno, hanno fatto del revisionismo la propria bandiera e considerato la contrapposizione fascismo-antifascismo un’anticaglia»</em> (4). E da Piero Sansonetti, direttore del quotidiano “Liberazione”, che tra le conseguenze più rilevanti ha individuato <em>«una battuta di arresto della campagna revisionista avviata dalla destra italiana con lo scopo di smontare la “Civiltà politica” prodotta in Italia dal 1945 in poi. L’iniziativa di Fini tira il freno e ostacola l’offensiva revisionista»</em> (5).<br />
Quindi, un inaspettato Fini, in versione ‘quinta colonna’, che conquista profonda riconoscenza per il contributo offerto al contrasto della revisione storiografica, infatti - secondo Pasquino - <em>«incidentalmente, taglia l’erba sotto i piedi anche ad alcuni giornalisti revisionisti i cui libri, critici dell’attività dei partigiani, che certamente non fu sempre impeccabile, hanno avuto grande successo di pubblico (meno, in verità, di critica)»</em> (1). Al suo fianco addirittura un vecchio nemico, l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: <em>«Le sue riflessioni fanno piazza pulita di certe smanie revisioniste divenute ormai insopportabili»</em> (7). Un clima talmente celestiale da farlo diventare, dopo tanti anni di cattivi esempi di destra, anche un ‘buon maestro’ per eventuali ‘giamburrasca’ con istinti ribelli: <em>«La lezione merita di essere imparata rapidamente anche dai suoi compagni di partito ai quali il successo inopinatamente raggiunto e le cariche fortunosamente conseguite sembrano avere dato alla testa» </em>(1).<br />
Il Presidente della Camera è indiscutibilmente lanciato verso nuovi orizzonti ed il suo futuro è ben visibile dietro le sue esternazioni. <em>«Forse rispondono</em> - azzarda Canfora - <em>anche a una serie di esigenze interne: tenere a bada i colonnelli, candidarsi alla successione di Berlusconi»</em> (2), mentre Bruno Gravagnuolo (il Cosacco de “l’Unità”, come lo ha chiamato Giampaolo Pansa) lo interpreta in chiave continentale come un <em>«tentativo di ritagliarsi un ruolo decente di leader della destra democratica europea, con la sua revisione entra alla grande nel Ppe e può aspirare a concorrere da Premier»</em> (6).<br />
Nel suo itinerario storico Fini ci ha finora abituato a funamboliche evoluzioni, perciò non ci si può illudere che il suo cammino sia già terminato. In previsione di altre sorprese, potrebbe servirgli tener conto della saggia considerazione di un altro storico, Arrigo Petacco: <em>«Quando comincia la guerra, la prima vittima è la verità: quando finisce, le bugie degli sconfitti vengono smascherate e quelle dei vincitori diventano Storia»</em> (8).</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Faber</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>1) Agenzia AGL - L’Espresso, 14 settembre 2008<br />
2) Left, 18 settembre 2008<br />
3) Corriere della Sera, 14 settembre 2008<br />
4) Liberazione, 18 settembre 2008<br />
5) Liberazione, 14 settembre 2008<br />
6) l’Unità, 14 settembre 2008<br />
7) Corriere della Sera, 15 settembre 2008<br />
8) Il Tempo, 14 settembre 2008</em></p>
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		<title>Non riconosco a Violante il diritto di legittimarmi (Giuseppe Di Federico)</title>
		<link>http://www.spigoli.info/archives/201</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Oct 2008 15:38:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[OMNIBUS]]></category>

		<category><![CDATA[Luciano Violante]]></category>

		<category><![CDATA[Mirko Tremaglia]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni vari giornali hanno ricordato, per l’ennesima volta, che l’onorevole Violante, quando era presidente della Camera, aveva «legittimato» i ragazzi di Salò che avevano combattuto per ideali in cui credevano in buona fede. Ricordo che allora l’onorevole Tremaglia più di tutti ebbe a compiacersi di quel riconoscimento. In quell’occasione io, ex ragazzo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 170px; HEIGHT: 220px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/10/brigate_nere.jpg" alt="" />In questi giorni vari giornali hanno ricordato, per l’ennesima volta, che l’onorevole Violante, quando era presidente della Camera, aveva «legittimato» i ragazzi di Salò che avevano combattuto per ideali in cui credevano in buona fede. Ricordo che allora l’onorevole Tremaglia più di tutti ebbe a compiacersi di quel riconoscimento. In quell’occasione io, ex ragazzo di Salò, detestai l’onorevole Tremaglia e gli altri del suo partito che assunsero atteggiamenti simili ai suoi. Mi sentii inoltre profondamente offeso dall’iniziativa dell’onorevole Violante, con cui avevo avuto sino ad allora rapporti non ostili. Per spiegare il perché di questa mia reazione devo raccontare brevemente la mia storia di ex-ragazzo di Salò.<br />
Nel 1944, quando avevo solo 12 anni, pensavo che fosse un disonore aver cambiato alleati nel corso della guerra e che questo disonore doveva essere «lavato, se necessario, anche con il proprio sangue» (erano le parole allora in uso che io seguitavo a ripetermi). Volendo arruolarmi andai al comando delle Brigate Nere che, a Bologna, aveva sede in Via Manzoni. Presero i miei dati personali, indirizzo compreso, e avvertirono subito mio padre (abitavamo molto vicino e cioè nell’ufficio di mio padre in Palazzo d’Accursio, dopo che la nostra casa era andata distrutta dai bombardamenti). Mio padre mi disse che ero troppo giovane per fare il soldato e che comunque chi vuol farlo non sceglie un corpo di polizia politica, come le Brigate Nere, ma un regolare corpo dell’esercito «in grigio verde».<br />
Allora non riuscii a capire perché, ma ne tenni conto. Il mio secondo tentativo fu fatto all’inizio del 1945. Andai questa volta al comando della Decima Mas e riuscii a convincere il capitano Simula ad arruolarmi (ricordo il suo nome perché è scritto sul modulo del reclutamento che ancora conservo). Per convincerlo gli mostrai il giornale che riportava il decreto firmato da Mussolini con cui si autorizzava l’arruolamento dei minori di 16 anni, gli dissi che i miei genitori erano entrambi morti sotto i bombardamenti e che vivevo ospite di parenti non stretti che erano molto seccati di doversi occupare di me (le condizioni di devastazione in cui versava Bologna gli impedivano di controllare). Con una certa riluttanza mi firmò il foglio di via per Milano (Piazza Fiume) dove sarei dovuto andare con mezzi di fortuna. Come a qualsiasi altra recluta mi offrì una razione di sigarette e 500 lire. Con sdegno rifiutai l’offerta «perché quello che facevo non lo facevo per avere compensi», ed insieme con un altro ragazzo, senza una lira in tasca, mi avviai alla volta di Milano ove giunsi quattro o cinque giorni dopo. Ben presto fui riportato dai miei genitori.<br />
Con l’arrivo delle truppe alleate, il 21 aprile 1945, dovemmo fuggire la notte stessa, per evitare che mio padre fosse, senza ragione alcuna, sommariamente giustiziato (che questa fosse l’intenzione dei partigiani ci era stato detto dal comandante dei vigili urbani che aveva con loro rapporti). Mio padre fu comunque epurato sino al 1953, e per 8 anni vivemmo prima in uno scantinato e poi in una soffitta.<br />
Dopo la guerra la mia famiglia ed io ci rifiutammo di credere che i nostri alleati tedeschi avessero organizzato campi di sterminio. Era la propaganda dei vincitori. Ci ricredemmo solo quando tornò dall’America il fratello di mia madre che ci disse che era tutto vero (a lui non potevamo non credere). Fu un vero shock per tutti noi.<br />
Per comprendere appieno i sentimenti che ispiravano i comportamenti della mia famiglia, e quindi anche i miei, ricordo che vari anni dopo la fine della guerra trovai la mala copia di una lettera che mio padre, congedato dall’esercito nel luglio 1943, aveva scritto all’inizio del 1944 ad un colonnello, suo ex commilitone, che lo sollecitava ad entrare nelle forze armate della Repubblica di Salò. Nella sua lettera mio padre diceva che si augurava la vittoria dell’Asse, ma che non poteva accettare. Per quanto considerasse i partigiani dei traditori non avrebbe potuto mai sparare contro un altro italiano.<br />
Per molti anni mi sono tenuto lontano dalla politica, le esperienze fatte dalla fine della guerra me lo impedivano. Solo nel 1956, a Londra mi sono avvicinato alle idee socialiste. Ma di politica attiva non ne ho fatta fino alla metà degli anni ’60 dopo tre anni di permanenza negli Stati Uniti.<br />
Dopo questi brevi ricordi posso ritenere che sia possibile far comprendere le ragioni per cui mi sentii offeso dai riconoscimenti che agli ex ragazzi di Salò provenivano da Violante e dagli apprezzamenti a lui rivolti da Tremaglia e altri. Come ex ragazzo di Salò non posso accettare di vedere legittimati i miei comportamenti di allora, tutti ispirati da sentimenti coltivati in assoluta buona fede, da un signore che nonostante conoscesse i crimini commessi da Stalin (io quelli commessi da Hitler non li conoscevo), nonostante la repressione dell’Armata Rossa a Budapest si è iscritto al Partito Comunista con piena coscienza di quegli eventi. Io non voglio giudicare o condannare le sue scelte politiche. Quelle scelte tuttavia non gli danno nessun titolo, nessuna autorità morale per legittimare i miei comportamenti e le mie scelte di quando avevo neanche 13 anni, e neppure quelle di chi aveva più anni di me, che in purezza di sentimenti fecero scelte simili alle mie. Sinceramente preferisco i suoi compagni di partito che non cambiano idea sulle mie scelte di allora. Io, per mio conto, sono ancora orgoglioso delle scelte che feci allora, pur avendo da moltissimi anni coltivato idee politiche ben lontane da quelle della Repubblica di Salò. Ne sono orgoglioso perché ora come allora cerco ancora di fare le cose in cui credo senza curarmi troppo delle mie convenienze. Può dire lo stesso l’onorevole Violante?<br />
Una postilla: più volte in passato ho pensato di scrivere questo articolo e più volte ho cominciato a farlo. Ci mettevo troppa rabbia e non trovavo la misura giusta. Spero di averla trovata questa volta.</p>
<p style="TEXT-ALIGN: right"><strong>Giuseppe Di Federico</strong><br />
Professore emerito di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna<br />
ed ex consigliere del Csm<br />
<em>(da &#8220;Il Giornale&#8221; - 4 ottobre 2008)</em></p>
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		<title>La bellezza al Potere</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 16:50:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[VOX POPULI]]></category>

		<category><![CDATA[Gianni Alemanno]]></category>

		<category><![CDATA[Massimo Gramellini]]></category>

		<category><![CDATA[Ramona Badescu]]></category>

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		<description><![CDATA[Si era già fatta notare durante le elezioni per il Comune di Roma e SPIGOLI non poté fare a meno di assegnargli alcuni oscar, seppure fossero riservati ai ‘nominati’ nelle liste elettorali delle Politiche. Ben due premi speciali fuori concorso, un vero successo per la ‘showgirl’ rumena Ramona Badescu. L’Oscar del dispetto per aver spiegato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 160px; HEIGHT: 130px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/10/rossetti.jpg" alt="" />Si era già fatta notare durante le elezioni per il Comune di Roma e <strong>SPIGOLI</strong> non poté fare a meno di assegnargli <a href="http://www.spigoli.info/archives/40" target="blank"><strong>alcuni oscar</strong></a>, seppure fossero riservati ai ‘nominati’ nelle liste elettorali delle Politiche. Ben due premi speciali fuori concorso, un vero successo per la ‘showgirl’ rumena Ramona Badescu. L’Oscar del dispetto per aver spiegato brillantemente il suo ‘no’ a Rutelli - che l’aveva contattata per le Comunali - e la sua conseguente scelta per il centrodestra: <em>«Dopo l’esperienza di Ceausescu non ce l’ho fatta»</em>. Ma fu l’ex sindaco Veltroni a risultare decisivo: <em>«Ricordiamo come ha trattato i rumeni per quella brutta storia di omicidio»</em> (1). L’Oscar della distrazione perché - forse troppo impegnata negli show (in verità, la sua biografia professionale - pubblicata su www.ramonabadescu.it - si ferma al 2002 e l’ultima presenza autorevole risulta essere l’eliminazione alla prima puntata del reality “La Fattoria” nel 2005) - le erano certamente sfuggite le dichiarazioni del suo candidato Sindaco Alemanno: <em>«La tolleranza zero nasce da una situazione di emergenza, a cui bisogna rispondere con atteggiamenti chiari, il problema della sicurezza è la prima emergenza sociale, necessita l’espulsione per 20.000 immigrati irregolari presenti a Roma» </em>(2).<br />
La Badescu organizzò il suo esordio nella politica italiana nel migliore dei modi: interviste sui giornali, slogan (&#8221;Roma. Una speranza. Per tutti coloro che la amano e la rispettano&#8221;), sito (www.votaramonabadescu.it). Dopo alcuni mesi, sebbene il suo risultato non sia stato esaltante (53 preferenze in tutta Roma), è comunque riuscita a ‘monetizzare’ il suo impegno: Alemanno l’ha nominata “consigliere del Sindaco per i rapporti con la comunità romena”.<br />
Quale migliore ambasciatrice per rapportarsi con un popolo che spesso giunge in Italia alla disperata ricerca di un lavoro, qualche volta con l’intento già ben scolpito nella mente di delinquere, tanto nel ‘bel paese’ in galera non si va mai o comunque si resta poco, e che fino al 2007 (prima dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea) ha assaporato anche il gusto della clandestinità.<br />
A rafforzare la scelta collabora umilmente la stessa Badescu: <em>«Sono laureata in economia, vengo da una famiglia benestante, da 18 anni vivo e pago le tasse qui. Sono, insomma, un buon esempio di integrazione»</em> (4). Insomma, il tipico modello del rumeno che oggi arriva in Italia.<br />
La showgirl, mancata clamorosamente la porta elettorale, è rientrata nella politica italiana dalla finestra. Ma con sincero spirito volontaristico: <em>«Già da luglio lavoro per il Comune a titolo gratuito: quattro volte al mese faccio su e giù da Bucarest, pago da me pure l´aereo, ma la causa è giusta»</em> (4) e <em>«non ho un ufficio»</em> (5).<br />
Le idee sono chiare: <em>«Il mio compito sarà più diplomatico che politico»</em> (5), <em>«mi farò carico di diffondere in Italia la cultura, la letteratura romena per dare un’immagine reale del mio popolo» </em>(5), <em>«istituirò un numero verde in lingua romena» </em>(4) <em>«affinché i miei connazionali possano avere conoscenza dei loro diritti ma anche dei doveri»</em> (6). Dulcis in fundo, un’iniziativa per la quale diventerà famosa anche presso gli studenti italiani: <em>«Vorrei incontrare il Ministro Gelmini per proporre l’introduzione nella didattica della letteratura romena»</em> (4).<br />
Sagge parole quelle del giornalista Massimo Gramellini, che così ha chiosato l’evento: <em>«…quello dei politici resiste perché non è più un mercato specializzato. Prevale chi non sa fare nulla, a patto che non lo sappia fare dappertutto. Un ceto di incompetenti intercambiabili, che può stare su un calendario come al governo, andare in Parlamento sull&#8217;onda di un successo (o insuccesso) televisivo e finire in tv sulla scia di un&#8217;esperienza parlamentare»</em> (3).<br />
Tempestivamente, a fugare ogni dubbio, arriva la ricetta della Badescu, che potrebbe servire ad arricchire i requisiti riguardanti le famigerate ’quote rosa’: <em>«Io penso che una donna bella ha il dovere davanti a Dio di dare più degli altri, perché è stata fortunata e ha avuto tanto. Anzi io metterei solo donne belle al potere, perché hanno una marcia in più»</em> (4).</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Faber</strong></p>
<p><em>1) Corriere della sera, 18 marzo 2008<br />
2) Omnibus/La7, 15 marzo 2008<br />
3) La Stampa, 1 ottobre 2008<br />
4) La Repubblica, 1 ottobre 2008<br />
5) Adnkronos, 30 settembre 2008<br />
6) Il Messaggero, 2 ottobre 2008</em></p>
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		<title>Eternamente inchiodata a polemiche catacombali (Massimo Fini)</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 13:43:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[8 settembre]]></category>

		<category><![CDATA[Gianni Alemanno]]></category>

		<category><![CDATA[Ignazio La Russa]]></category>

		<category><![CDATA[Massimo Fini]]></category>

		<category><![CDATA[Renzo De Felice]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia sembra condannata a rimanere inchiodata per l&#8217;eternità a polemiche catacombali. Durante il suo viaggio in Israele il sindaco di Roma Alemanno si è rifiutato di considerare, in blocco, il fascismo “il male assoluto” condannando invece, senza se e senza ma, le leggi razziali. Apriticielo. Tutte le suorine di sinistra (oltre che la comunità ebraica), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 180px; HEIGHT: 150px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/10/catacomba.jpg" alt="" />L&#8217;Italia sembra condannata a rimanere inchiodata per l&#8217;eternità a polemiche catacombali. Durante il suo viaggio in Israele il sindaco di Roma Alemanno si è rifiutato di considerare, in blocco, il fascismo “il male assoluto” condannando invece, senza se e senza ma, le leggi razziali. Apriticielo. Tutte le suorine di sinistra (oltre che la comunità ebraica), sono risorte, indignate. Veltroni ha affermato: <em>«Non è possibile scindere le sue cose»</em> e, non contento si è dimesso dal Museo della Shoah (<em>«Mi ferisce quel tentativo di esprimere un giudizio &#8216;doppio&#8217; sul fascismo»</em>). Un deputato Pd: <em>«Difficile poter definire come &#8220;male assoluto&#8221; politico un&#8217;esperienza politica che per vent&#8217;anni ha soppresso le libertà»</em>. E così via. Prima di addentrarci in ragionamenti più complessi facciamo una riflessione semplice. Il fascismo negli anni Trenta ebbe un consenso quasi plebiscitario (&#8221;Gli anni del consenso&#8221; di Renzo De Felice). È ragionevole pensare che tutti i nostri nonni o padri (non parlo del mio che fece quindici anni di esilio per fuggire al fascismo, dico in generale) fossero tutti dei mascalzoni, dei seguaci del male assoluto, e quindi &#8220;male assoluto&#8221; essi stessi; mentre noi figli o nipoti saremmo tutti migliori di loro? Ma andiamo.<br />
Il &#8220;male assoluto&#8221; non esiste. Non nella testa di chi lo concepisce. Per Hitler il &#8220;male assoluto&#8221; erano gli ebrei. Vogliano metterci, concettualmente, al suo livello? In realtà la categoria del &#8220;male assoluto&#8221; è una creazione recente, di derivazione americana, che ha la funzione strumentale di farci sentire - poiché ci contrapponiamo al Male - dalla parte del Bene e incapaci di fare il Male. Una divisione così manichea è puerile e, oltretutto, non aiuta a capire perché si crearono certi fenomeni storici.<br />
Il fascismo fu una dittatura. Ma ebbe perlomeno un&#8217;idea di Stato e di Nazione che cercò di realizzare con una certa pragmatica coerenza. Ebbe una politica nient&#8217;affatto stupida in campo economico, amministrativo e sociale. L&#8217;Iri quando fu creato, nel 1933, fu un&#8217;intelligente risposta alla gravissima crisi economica che aveva scosso l&#8217;America e l&#8217;Europa dopo la crisi del &#8216;29. Nel dopoguerra democratico divenne quel baraccone spartitorio che ha sperperato centinaia di migliaia di miliardi. La burocrazia. Mussolini ebbe l&#8217;intelligenza di tenere in debito conto la burocrazia perché si rendeva conto che nessuno Stato può reggere senza una burocrazia efficiente. E un tecnico come Beneduce ebbe carta bianca. Il fascismo sfruttò con una certa duttilità le possibilità dirigentistiche insite in un sistema dittatoriale. Gli anni Trenta in Italia furono poi un periodo di straordinaria vivacità culturale non solo nei settori tradizionali della letteratura e della pittura ma anche in quelli più moderni dell&#8217;architettura e dell&#8217;edilizia sociale fino a discipline attualissime come il design industriale (qualcuno ricorderà, forse, la mostra milanese &#8220;Annitrenta in Italia&#8221; del 1982). Insomma il fascismo non fu solo retorica, propaganda slogan, labari e fasci. Anche se, naturalmente, tutte queste cose ci furono e umiliarono l&#8217;intelligenza, oltre che la libertà, degli italiani. In una prospettiva storica delle distinzioni vanno fatte e non si può condannare in blocco il fascismo come &#8220;male assoluto&#8221; solo perché fu una dittatura (peraltro la meno sanguinaria&#8221; del &#8216;900 anche se ebbe anch&#8217;essa i suoi crimini infami: oltre alle leggi razziali quelli compiuti fra gli altri, su Gramsci, su Gobetti, sui Rosselli).<br />
Altrimenti dovremmo concludere che a tutta la storia dell&#8217;umanità (Cesare, Impero romano, i re medioevali di diritto divino, Napoleone) ha vissuto nel &#8220;male assoluto&#8221; fino all&#8217;avvento del Bene, la Democrazia.<br />
Un&#8217;altra polemica catacombale è stata scatenata dalla frase del ministro La Russa, che durante le celebrazioni dell&#8217;8 settembre, presente Napolitano, ha chiesto rispetto per i militari della Rsi. Possibile che sia così difficile capire che mentre i partigiani si battevano per la libertà, altri giovani italiani andarono a morire per Salò in nome di valori, l&#8217;onore e la lealtà, che allora avevano un significato? Infine trovo grottesco celebrare l&#8217;8 settembre, il giorno del &#8220;tutti a casa&#8221;, il giorno della vergogna italiana quando dopo aver confermato lealtà all&#8217;alleato (Badoglio:<em> «La guerra continua a fianco dell&#8217;alleato tedesco»</em>) lo pugnalammo alle spalle mentre era impegnato in una lotta per la vita e per la morte. Con quell&#8217;alleato non bisognava allearsi. Ma non c&#8217;è niente di nobile, né da celebrare, nell&#8217;aver cambiato campo, passando con i vincitori nel momento in cui si profilava la sconfitta.</p>
<p style="TEXT-ALIGN: right"><strong>Massimo Fini</strong><br />
<em>(da &#8220;Il Gazzettino&#8221; - 12 settembre 2008)</em></p>
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		<title>Toglietemi tutto, ma non il mio “Secolo”…</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Sep 2008 21:06:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 160px; HEIGHT: 200px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/09/secolo.jpg" alt="" />La &#8216;fusione freddissima&#8217; che porterà alla nascita del Pdl nasconde (ma non troppo…) svariati problemi di carattere organizzativo e burocratico. E mentre si discute di tessere sì tessere no, di coordinatore o direttivo al vertice, di partito leggero o pesante, dentro Alleanza Nazionale covano i maggiori problemi. Tra i più noti, lo stato d&#8217;animo dei giovani che, ancora scioccati dalle esternazioni finiane, sognano che Azione Giovani non venga sciolta perché - spiegano nei loro blog - <em>“dentro il Pdl non ci sarà una sola organizzazione giovanile”</em> e se così fosse <em>“noi saremo egemoni, vista la nostra esperienza ed i nostri numeri”</em>, infine, nella peggiore delle ipotesi, vagheggiano di trasformarsi in corrente. Eppure, la ministra-presidente Giorgia Meloni ai suoi quadri dirigenti riuniti, a metà settembre durante &#8220;Atreju&#8221;, confessava, quasi rassegnata, di non conoscere il futuro di AG e soprattutto che non sarebbe sorpresa se all&#8217;improvviso Berlusconi salisse su un altro predellino ed annunciasse la nascita dei “Giovani della libertà”, di &#8220;Forza Giovani&#8221; o di qualcosa di simile.<br />
Tante speranze, tanti timori, troppe illusioni sul futuro di un partito che - come <strong>SPIGOLI </strong>aveva previsto <A HREF="http://www.spigoli.info/archives/139"target="blank">(<strong>“Il Pdl è servito”</strong>)</A> - per almeno due anni non prevede tesserati, quindi nessun potere decisionale per gli iscritti, tanto meno per i militanti (vecchia cara militanza, valore tanto caro agli ex-missini, per decenni anche chiave della selezione dei quadri dirigenti, ed ancora oggi tanto decantata dai giovani di AG&#8230;) ed organismi scelti verticisticamente da Roma (cioè dal Cavaliere) a livello regionale e dai rappresentanti nelle Istituzioni in quello provinciale. Peraltro, la quota di maggior rilievo (senatori e deputati nazionali, e presumibilmente parlamentari europei, vista la legge elettorale senza preferenze proposta dal Pdl) sarà totalmente ‘nominata’ da Roma. Non sorprenderebbe, perciò, se il ‘sistema perfetto’ di controllo venisse esteso anche alle elezioni nelle Regioni e nei Comuni, visto che nelle Province già si vota coi collegi uninominali che riservano poche sorprese, considerando che i candidati sono comunque designati dai vertici dei partiti. Facile intuire quali saranno le doti richieste per i posti sicuri in lista: affidabilità, obbedienza, riconoscenza verso il ‘dominus’ a cui si deve la nomina e poco più… Il dissenso sparirà celermente dal vocabolario pidiellino o sarà fisiologicamente confinato a qualche dubbio che rientrerà prontamente.<br />
Altro problema sul fronte finanziario, con AN proprietaria di un vasto patrimonio immobiliare (circa il 30% delle 14.000 sezioni, più appartamenti e palazzine intere, ereditate prevalentemente dal MSI) valutato circa mezzo miliardo di euro, che non ha alcuna intenzione di portare in dote al Pdl, perciò sta freneticamente studiando il sistema per mettere questi beni al riparo dal &#8216;matrimonio&#8217;. Si vocifera di una Fondazione che dovrebbe amministrare il patrimonio, forse la finiana “Fare Futuro”? Oppure una Fondazione Almirante, come avrebbe proposto il Ministro La Russa, con un richiamo proprio a quel passato che non passa mai.<br />
E la fiamma tricolore che fine farà? Anche lei diventerà patrimonio inalienabile della Fondazione?<br />
Infine, anche problemi occupazionali, se n’è accorta tempestivamente l’onorevole Flavia Perina. Appena rieletta per la sua seconda legislatura, ha vestito i panni della paladina del suo strumento di lavoro, “Il Secolo d’Italia”, storico giornale di partito, che fu del Movimento Sociale Italiano. Ardita, però, la tesi del direttore Perina. Da un lato non ha manifestato alcun dubbio sulla confluenza del suo partito nel &#8216;contenitore unico&#8217; - <em>«La semplificazione politica con la nascita del Pd e del Pdl e con l’esclusione della sinistra massimalista dal Parlamento è sicuramente una buona notizia»</em> (2) - dall&#8217;altro, invece, un malcelato fastidio per la paventata scomparsa del giornale, perché <em>«…la semplificazione della politica può funzionare solo se accompagnata a una riscoperta del pluralismo delle idee»</em> (1) e <em>«…non può tradursi in un suo impoverimento, i giornali politici producono dibattiti, fanno formazione, danno un contributo alle stesse persone che fanno politica»</em> (2). Temeraria fino a teorizzare come sia necessario <em>«collegare al massimo della semplificazione partitica il massimo del pluralismo politico»</em> (1). Teoria abilmente tradotta nel titolo del suo articolo con un efficace jingle pubblicitario: <em>“Due partiti bastano, due giornali no”</em> (1).<br />
Infatti, seppure non appaia timorosa per la forma (lontana dalle tradizioni del Msi o di An) che sta assumendo il nascente Pdl, la Direttrice lancia un disperato S.O.S. per evitare la sparizione del “Secolo”: <em>«Il rischio di questa nuova fase è il ‘pensiero semplificato’, cioè ridotto a slogan e a quotidiano referendum pro o contro le scelte della maggioranza. O peggio il  ‘pensiero delegato’ dalle cultura politiche ai grandi gruppi dell’establishment economico e mediatico»</em> (1). Ovviamente, si tratta di <em>«una battaglia di principio: i giornali di partito sono organi che contribuiscono alla democrazia del nostro paese»</em> (2). Il giornale val bene un principio, il partito no.<br />
Purtroppo ora la situazione sta precipitando, considerando che, in preda alla filosofia della &#8217;semplificazione&#8217;, il Governo ha trovato una formula per somministrare una dolce eutanasia ad alcuni quotidiani di partito, tra i quali anche il “Secolo” della Perina: con la modifica del regolamento attuativo dei contributi per l’editoria il giornale di AN verrà privato di circa 2 milioni di euro. A rischio sparizione, quindi, anche il quotidiano fondato nel 1952 dal Franz Turchi, che negli oltre cinquant’anni di vita ha avuto tra i suoi direttori firme del calibro di Bruno Spampanato, Filippo Anfuso, Giorgio Almirante, Nino Tripodi, Alberto Giovannini, Cesare Mantovani, Pino Romualdi, Giano Accame. Sulla scia del nascente Pdl, e del devastante bipartitismo, un altro importante pezzo di storia della destra italiana che si appresta ad andarsene per sempre.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Faber</strong><br />
<em>(vignetta di Krancic)</em></p>
<p><em>1) Secolo d’Italia, 1 giugno 2008<br />
2) Europa, 26 settembre 2008</em></p>
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		<title>Tutto il resto è noia, tranne la libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Sep 2008 13:09:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 180px; HEIGHT: 180px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/09/noia.jpg" alt="" />“Tutto il resto è noia”, cantava Franco Califano. <em>«Tutto il resto è noia»</em>, ha scritto il Ministro Giorgia Meloni - nella sua veste di presidente di Azione Giovani – chiudendo la lettera rivolta a militanti e dirigenti giovanili in risposta alle polemiche nate dal discorso di Fini alla loro festa. Le risulta tedioso <em>«parlare di fascismo e antifascismo»</em>, forse perché fortemente preoccupata, sulla strada del Pdl, dal <A HREF="http://www.spigoli.info/archives/20"target="blank"><strong>futuro prossimo di AG</strong></A>, già privata in occasione di Atreju della <A HREF="http://www.spigoli.info/archives/167"target="blank"><strong>tanto amata fiaccola tricolore</strong></A>. Volendo invece <em>«fare politica nell’Italia di oggi, per dare una speranza all’Italia di domani»</em>. Intendimento assolutamente nobile ed apprezzabile.<br />
Però, l’intervento ministeriale è apparso un po’ tardivo (ben quattro giorni dopo la proclamazione antifascista del presidente della Camera) e nonostante le buone intenzioni non ha fatto chiarezza, oltre che non corrispondere in maniera evidente agli umori di una consistente fetta della base giovanile, che navigando in rete si può constatare essere assai disorientata e delusa.<br />
Tanto tempo per la stesura si è reso necessario al fine di pesare adeguatamente le parole (forse anche confrontarle…) e chissà se il Ministro avrebbe preso carta e penna senza l’uscita temeraria del responsabile romano di AG, Federico Iadicicco (<em>«noi non possiamo essere, non vogliamo essere e non saremo mai antifascisti»</em>), che ha avuto ampio risalto nella stampa nazionale. Il sospetto sull’incidenza dell’iniziativa del giovane dirigente sorge per il risalto dato al <em>«tentativo di strumentalizzazione ai danni di Azione giovani… anche per qualche nostra ingenuità»</em>: è facile pensare che si riferisse proprio al suo concittadino.<br />
Terminata la lettura, appare verosimile ipotizzare che risulterà vana la sua richiesta di chiudere definitivamente la polemica, soprattutto perché gli argomenti a sostegno non sono tanto netti: <em>«Ero convinta che il comportamento di migliaia di ragazzi nell’incontro con il presidente Fini ad Atreju avesse rivelato alla politica e al mondo dell’informazione qualcosa di più del nostro modo di essere e di pensare»</em>.<br />
Un comportamento a suo dire inequivocabile, descritto su un blog friulano di AG da un testimone oculare: <em>«Fini con le sue parole non è riuscito a mettere in difficoltà la comunità di Azione Giovani di fronte ai giornalisti: abbiamo infatti reagito alle sue affermazioni con un gelido silenzio (pochi sono stati gli applausi), il quale, di per sé, è un segno politico forte ed evidente, come si è visto»</em>. Generazione che vai, dissenso che trovi.<br />
Intanto, la Meloni prosegue citando i valori battezzati antifascisti da Fini: <em>«Siamo stati e restiamo gente che crede nella libertà, nella democrazia, nell’uguaglianza e nella giustizia. Siamo quelli che ogni giorno consumano i migliori anni della propria gioventù per difendere questi valori»</em>.<br />
Se questo è vero da tempo - non c’è alcun motivo per dubitarne - o Azioni Giovani è sempre stata un’organizzazione antifascista (ma come dimenticare i cori nei cortei: “Noi non siamo antifascisti”) oppure per avere certi valori non è necessario essere antifascisti. Dettaglio non marginale che andava ricordato ‘de visu’ al presidente Fini, non accontentandosi della sua gentile concessione su alcune pagine negative dell’antifascismo. Fortunatamente, ci ha informato il Ministro della gioventù, <em>«Fini ha operato questa distinzione senza soffermarcisi perché voleva che il suo giudizio sul fascismo fosse chiaro, netto, definitivo. Sapeva che molti di noi sarebbero stati feriti da questo atteggiamento, ma non ha voluto blandirci come fossimo ragazzini inconsapevoli»</em>. Bontà sua. Fini, da buon padre di famiglia, non ha voluto lusingarli come ragazzini immaturi e senza dignità, lasciando loro ampi margini di &#8216;dissenso silenzioso&#8217;. Tempestivamente, dopo appena 24 ore, è arrivato l’ordine di scuderia del Ministro Matteoli che non lascia alcun dubbio (<em>«Chi non condivide le parole di Fini si mette fuori da An»</em>) e la festa del dissenso è finita.<br />
Fosse stato ancora un mistero, finalmente ora conosciamo il giudizio post-Fiuggi di Fini sul fascismo e sulla Repubblica Sociale Italiana. Non conosciamo, invece, quello della Meloni, ma neanche il rapporto che l’area giovanile politica da lei guidata mantiene con il fascismo. Eppure, tante sedi di Ag sono strapiene di simbologia e riferimenti al Ventennio. Per non parlare dei blog dei militanti e delle sezioni. O forse, dopo la fine di Atreju è stata fatta repentina pulizia nelle stanze e nella rete?<br />
La lettura dello scritto di Giorgia Meloni è illuminante, ma non convincente. Uno sforzo dialettico intenso per non entrare in contrasto con le parole di Fini, ma allo stesso tempo non deludere i tanti ‘agini’ che incontrandosi si chiamano camerati ed usano il saluto legionario, che ascoltando la Compagnia dell’anello (proprio ad Atreju) ostentano il saluto romano, che tra quaranta giorni festeggeranno con una cena l’86° anniversario della marcia su Roma, che presto saliranno sul pullman del pellegrinaggio per Predappio.<br />
Uno sforzo titanico, ecco perché ben novantasei ore per partorirlo e pubblicarlo sul sito di AG. Ma più che un chiarimento, è parso un disperato tentativo di spostare l’attenzione su altri argomenti, di tenere quieti i militanti, di non indispettire le gerarchie del partito, mantenendo un buon equilibrio ministeriale.<br />
Tanto disperato da costringerla ad invocare l’età anagrafica (<em>«siamo nati a ridosso degli anni &#8216;80 e &#8216;90»</em>), trascurando però che se oggi i giovani di AG possono fare politica e manifestare il proprio pensiero, addirittura da posizioni di governo, lo devono anche a tanti uomini coraggiosi che nel dopoguerra hanno combattuto senza timore per conquistare agibilità nelle piazze e nelle aule, ai ragazzi della Giovane Italia che hanno difeso la memoria della RSI e dei suoi combattenti (proprio quelli che per Fini erano dalla parte sbagliata), come hanno fatto coraggiosamente, anche negli anni di piombo, i giovani del Fronte della Gioventù e del Fuan, anche loro nati ben dopo il fascismo. Un filo logico che - non più di sette mesi fa - la stessa Meloni evidenziava nella lettera spedita, all’indomani dell’adesione finiana ‘motu proprio’ al Pdl, ai dirigenti giovanili con l’intento di attutire l’ennesimo sconcerto dovuto alle prese di posizione dell’allora presidente di AN: <em>«…consci che la nostra principale preoccupazione è quella di salvaguardare il patrimonio culturale, identitario e umano che Azione Giovani oggi e il Fronte della Gioventù ieri hanno incarnato nella loro storia»</em>.<br />
Non sarà che questi giovani, annusato il potere e pressati dalle svolte degli ‘adulti’, si considerano più liberi, senza albero genealogico, figli di nessuno, eredi di nessuna storia?<br />
In tanti, dopo le parole di Fini ed il signorsì dei colonnelli, si sarebbero aspettati dai giovani maggiore coraggio, maggiore anticonformismo, maggior disinteresse verso i compromessi della politica, maggiore coerenza, meno ipocrisia. E ancora confidano, affidandosi alle parole di Berto Ricci (fascista critico ed anticonformista, esempio di carattere e di coraggio civile, tanto da poter rappresentare un faro ed un vero mito per ogni coscienza giovane) che nel 1938 (in pieno fascismo, caro Fini) intimava di <em>“finirla col miracolismo dell’uno che pensa per tutti. Bisogna muoversi, sapere sbagliare, sapere interessare il popolo all’intelligenza. C’è una libertà da conquistare, da guadagnare, da sudare; libertà come valore eterno, incancellabile, fondamentale”</em>.<br />
Infine, un suggerimento per il Ministro Meloni: per la prossima polemica, vista la sua passione per il cantante romano, suggerisco un altro brano di Califano: “La mia libertà”. In particolare queste parole: <em>“Se non amo grido abbasso, anche se non mi è concesso… libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene, libertà che è libertà”</em>.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Faber</strong></p>
<p><em>P. S. = Ho letto e riletto la lettera, poi mi sono accorto che mancava qualcosa. La frase di rito prima della firma con la quale il Presidente di AG usava chiudere le lettere ai dirigenti: “In alto i cuori”. Ma certo, che sbadato… sarebbe stata troppo fascista!!! Che noia…</em></p>
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		<title>Di capriola in capriola</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Sep 2008 20:46:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Faber</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[MEMORIA]]></category>

		<category><![CDATA[Gianfranco Fini]]></category>

		<category><![CDATA[Ignazio La Russa]]></category>

		<category><![CDATA[Marcello Veneziani]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 8px 0px 0px; WIDTH: 350px; HEIGHT: 270px" src="http://www.spigoli.info/wp-content/uploads/2008/09/fini_rsi.jpg" alt="" />Non si ritenga oltraggiato Marcello Veneziani, se prendo in prestito alcune righe del suo editoriale che ha commentato l’ennesima ‘svolta’ di Gianfranco Fini: <em>«Ha cambiato opinione, e che lo faccia per convenienza o per carriera personale, non muta la sostanza. E’ lecito cambiare idea, ha tutto il diritto di dire il contrario di quel che pensava fino alla tenera età di quarant’anni quando sognava il ‘fascismo del Duemila’. Anzi, aggiungo a sua discolpa che se dubitate della sua buona fede di antifascista ora, potete dubitare della sua convinzione fascista di ieri: forse davvero non credeva in niente, ieri come oggi; era un fatto superficiale e perciò non gli è costato molto smentirsi in modo così radicale»</em> (1). Concetti che avrei voluto scrivere io, perciò li sottoscrivo. Ma vado oltre, introducendo nel dettaglio - perché restino a futura memoria - alcune delle più riuscite ‘capriole’, degne del miglior circo della politica.<br />
Veneziani ha ricordato che Fini <em>“sognava il fascismo del Duemila”</em>. Era il lontano 1987, e l’allora 35enne Gianfranco era da pochi giorni il nuovo segretario del Movimento Sociale Italiano - al termine del combattuto (in tutti sensi&#8230; chi c&#8217;era ricorderà) congresso di Sorrento, dove si impose su Pino Rauti con 727 voti contro 608 -  e sul quotidiano del partito scriveva: <em>«Con la formula &#8216;fascismo del Duemila&#8217; intendo dire che nei confronti del fascismo non vi può essere solo nostalgia o rimpianto, legittimi in chi l&#8217;ha vissuto, ma patetici per chi è nato dopo… Il fascismo è stato una grande intuizione politica, non completamente attuata, che contiene risposte convincenti ai problemi del nostro tempo&#8230; aveva intuito che l&#8217;uomo è al centro del divenire e non può essere assoggettato a logiche materialistiche… aveva anche capito che Stato e Nazione non possono essere separati e che i problemi del mondo del lavoro non si risolvono con il capitalismo né con il comunismo, sono ricette valide anche per l&#8217;Italia di oggi. Questo è il fascismo dell&#8217;anno Duemila»</em> (2). Ma è lecito cambiare idea.<br />
Nell’ormai famigerato intervento alla festa di Azione giovani (o dei “Giovani in azione verso il Pdl”, come recitava il manifesto del raduno, quello dove non v’è traccia della <A HREF="http://www.spigoli.info/archives/167"target="blank">fiaccola tricolore</A>…), Fini ha voluto precisare la sua posizione sui combattenti della Repubblica Sociale Italiana, al centro della polemica per il coraggioso ricordo pronunciato l&#8217;8 settembre dal Ministro della difesa Ignazio La Russa: <em>«Onestà storica e compito per una destra che voglia costruire il futuro e fare i conti col passato è anche dire che non era equivalente stare da una parte o dall’altra, che c’era chi combatteva per una causa giusta e chi combatteva per una parte sbagliata»</em>.<br />
Eppure nel 1988, il suo messaggio di saluto al congresso dell&#8217;Unione Combattenti della RSI esprimeva ben altre convinzioni, con acuta lungimiranza autobiografica sui valori della politica: <em>«Sono veramente dispiaciuto di non poter partecipare… perché la mia presenza avrebbe simbolicamente costituito la miglior dimostrazione della continuità ideale del Msi, nonostante il cambio generazionale, coi valori che furono all&#8217;origine dalla RSI… Concetti quali Onore e Fedeltà sono inimmaginabili nella attuale politica, amorale e molte volte addirittura immorale: erano invece il fondamento stesso della scelta dei tanti volontari della RSI»</em> (3). Ma è lecito cambiare idea.<br />
Forse erano parole dal sen fuggite? Il cameratesco saluto, inviato quattro anni dopo, ai combattenti della Decima Mas non conforta questa ipotesi: <em>«A chi, come voi, difese l&#8217;onore e la dignità della Patria nel momento più tragico e doloroso della nostra storia nazionale, deve rendere omaggio ogni italiano: ognuno di voi, e con voi tutti i combattenti delle Forze Armate della RSI, rappresenta la prova che chi è vinto dalle armi ma non dalla storia è destinato, con il passare del tempo, a gustare il dolce sapore della rivincita. Dopo quasi mezzo secolo il fascismo è idealmente vivo, dopo soli tre anni dalla caduta del muro di Berlino il comunismo è definitivamente morto. E chi, come voi, ha sempre combattuto per un&#8217;Italia migliore, non può che aver avuto un moto di spontaneo orgoglio, l&#8217;orgoglio di chi sa di essere nel giusto»</em> (4). Ma è lecito cambiare idea.<br />
Chissà cosa avrebbe pensato delle nuove convinzioni finiane papà Argenio Sergio, volontario della RSI nella Divisione di fanteria San Marco, che scelse il nome Gianfranco per ricordare un cugino ucciso a vent’anni dai partigiani nell’aprile 1945, oppure nonno Antonio Marani, fascista ferrarese della prima ora, protagonista della Marcia su Roma al seguito di Italo Balbo.<br />
L’analisi finiana è stata maggiormente ficcante quando, con lo sguardo rivolto al dopoguerra, ha spiegato la sua idea di identità &#8216;democratico = antifascista&#8217;: <em>«…in Italia non c’è mai stata una destra politica che abbia avuto il coraggio di dire: Noi ci riconosciamo pienamente nei valori dell’antifascismo, nella libertà, nell&#8217;eguaglianza e nella giustizia sociale».</em><br />
Proprio quel coraggio che deve essere mancato anche a lui in tanti anni di militanza missina ai massimi livelli, tanto che appena eletto segretario nazionale del Msi scriveva: <em>«La consapevolezza che alcuni storici e giornalisti nutrono circa la necessità di seppellire l&#8217;antifascismo in quanto non valore o disvalore e in quanto semplice accidente della storia nazionale, va salutata con soddisfazione, ma non può assolutamente significare che anche il fascismo debba essere archiviato. Il fascismo ha ancora una validità, una spinta propulsiva, una proiezione futura. Il fascismo ha un avvenire perché è una concezione di vita, un progetto di Stato, un modello sociale»</em> (5).<br />
Anche in questa occasione, potrebbe sorgere il dubbio che a dettare frasi tanto audaci fosse soprattutto l’entusiasmo generato dall’avvio di una brillante carriera politica. Però, quattro anni dopo rincarava la dose ‘anti’, non solo attaccando i partiti che <em>«non vogliono prendere atto che la Costituzione nata dalla resistenza è fallita»</em> (6), ma addirittura scagliandosi contro la retorica resistenziale: <em>«in Italia la necessità di seminare ancora odio è di chi non può dire altro che “abbiamo fatto la resistenza”, e non di coloro che scelsero la via dell’onore risultando sconfitti soltanto con le armi»</em> (7). Ma è lecito cambiare idea. Seppure quando si scopre che la gomma si sta consumando prima della matita, vuol dire che si sta esagerando.<br />
Termino questa riflessione circense così come l’ho avviata, con le parole di Marcello Veneziani: <em>«Se Fini esplicita che ormai è estraneo alla destra, insofferente verso il suo partito e il suo stesso passato, se si riconosce con una nuova identità e dichiara morto il precedente Fini, allora tutti i dettagli vanno a posto. Ma non può trascinare in questo vortice cinico e nichilista tutto un mondo, un’area, una cultura perfino. Non può raccogliere voti a destra per spenderli poi in modo opposto; tradisce un mandato»</em> (1).<br />
Meditate, finiani meditate.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Faber</strong><br />
<em>(vignetta di Giorgio Forattini)</em></p>
<p><em>1) Libero, 14 settembre 2008<br />
2) Secolo d&#8217;Italia, 18 dicembre 1987<br />
3) Secolo d&#8217;Italia, 30 ottobre 1988<br />
4) Secolo d&#8217;Italia, 7 maggio 1992<br />
5) Secolo d&#8217;Italia, 24 gennaio 1988<br />
6) Secolo d&#8217;Italia, 29 marzo 1992<br />
7) Secolo d&#8217;Italia, 12 ottobre 1993</em></p>
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