L’oro di Mosca vale più di una Primavera

9 Giugno, 2012 | Di | Categoria: MEMORIA

C’è sempre tempo per pentirsi, peraltro nella legislazione italiana si può usufruire anche di un trattamento premiale. Ma il Presidente della Repubblica ultimamente vuole strafare. Nessuno può dimenticare il Napolitano del novembre 1956, quando i soldati sovietici invasero Budapest (2.500 morti, 20.000 feriti e 200.000 profughi), che, mentre “l’Unità” definiva «teppisti» gli operai e gli studenti insorti, elogiava l’Unione Sovietica, sottolineando come i carri dell’Armata rossa contribuissero «in misura decisiva, oltre ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, a salvare la pace nel mondo»
Per registrare un timido ‘mea culpa’ abbiamo dovuto aspettare il secolo successivo e la sua imprevedibile ascesa al Quirinale.
Non appagato della prestazione, in un’intervista ad un quotidiano polacco ha cercato di fare spicciolo revisionismo storico sostenendo che, seppure «nato nel solco dell’Internazionale Comunista e portava nel suo Dna il mito dell’Unione Sovietica…», «il Partito Comunista non era un partito stalinista come molti altri…». Ma, colpo di scena, arriva a confessare che, dopo un decennio dalle sue illuminanti dichiarazioni sui fatti di Budapest, si distaccò dal modello sovietico: «…la Primavera di Praga fu per me assolutamente rivelatrice».
Dimenticando, però, di ricordare che questa miracolosa rivelazione, avuta dopo decenni di fratellanza col comunismo sovietico, non gli consentì di allontanarsi dal Pci (come fecero altri dopo Budapest o dopo Praga), mantenendolo quindi, come il suo partito di riferimento, fedelissimo a Mosca. Importante dirigente di quel Pci che ricevette cospicue rimesse in dollari dall’Urss, come peraltro tutti i partiti del Cominform (ufficio d’informazione dei partiti comunisti europei), almeno fino alla fine degli anni Settanta, perciò ben dopo la Primavera di Praga. Le ricerche di Valerio Riva negli archivi sovietici (pubblicate nel volume “L’oro di Mosca”) hanno stimato che il Pci, dopo la fine della seconda guerra mondiale, abbia ricevuto un somma, se calcolata nelle lire degli anni Novanta, pari a 989 miliardi. E’ bene non trascurare anche altri finanziamenti ‘meno diretti’ determinati da società commerciali (per esempio, la Italturist, imponente organizzazione turistica), che, riconosciute come punti di riferimento dal governo di Mosca, guadagnavano dal lavoro di intermediazione tra economia italiana e mercato sovietico.
Alla faccia delle odierne polemiche sul finanziamento ai partiti. Per almeno 30 anni, il Pci ha ricevuto denaro da una potenza straniera, a quei tempi addirittura nemica del nostro Paese, contro la quale Governo e Parlamento approvavano impegni politici e militari con la Nato. Ma il presidente Napolitano forse ha un vuoto di memoria…

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