Finalmente le liste, finalmente stop alle indiscrezioni e cominciano le certezze. Mal ce ne incolse. L’irrazionale corsa al partito contenitore, l’affrettata fuga dalle identità, la forte esigenza di marketing elettorale hanno generato i tanti mostri. Avendo privato il cittadino del già limitato esercizio di scelta con la preferenza, quelle presentate dai partiti non sono più liste di ‘candidati’, ma – con un lieve margine di errore che dipenderà dal vincitore – liste di ‘nominati’. Praticamente, sappiamo già coloro che siederanno negli scranni di Camera e Senato, come al termine di un casting. La nuova legge elettorale, tutti la aborrono, tutti la criticano, tutti la schifano, ma nessuno si è adoperato per modificarla e soprattutto tutti la sfruttano al massimo delle sue deteriori potenzialità. Tanto che l’arroganza dei pochissimi che detengono il potere di veto e di scelta ha depotenziato ed in alcuni casi umiliato la volontà dei dirigenti territoriali. Un potere usato ed abusato fino a spacciare per vincolanti quei criteri che a pochi chilometri di distanza tali non sono stati in base alle caratteristiche degli includendi. Leader talmente impuniti e senza vergogna da ammettere pubblicamente «non godo della sua stima, non l’avrei candidato…». Facile perciò intuire quali possano essere le capacità principali richieste per far parte degli ‘eletti’: affidabilità, obbedienza, capacità articolare delle dita, riconoscenza verso il dominus a cui si deve la nomina e poco più… E dov’è finito il tanto decantato rapporto elettore/eletto, frantumato e squalificato dai tanti paracaduti consegnati in prestito a coloro che con le preferenze forse non verrebbero eletti neanche nel proprio condominio. Non si tratta più solo di attori e starlette, ma anche di politici di professione eterna. A completare il quadro basta voltarsi da una parte e troviamo chi si erge a commissario di concorso pubblico esigendo per la “nomina” la laurea a pieni voti oppure dall’altra e troviamo chi considera buoni requisiti la videogenia, l’impreparazione e l’inesperienza. Parrebbe un quadro desolante.

Faber

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