Sono convinto che la nostra comunità politica, quella che ha sempre militato nel versante scomodo della politica italiana, non abbia reso il giusto omaggio alla figura di Massimo Morsello. Oggi, in occasione del tredicesimo anniversario della sua scomparsa, voglio riproporre un pezzo che avevo scritto in occasione della sua morte…

I diciotto anni di ‘esilio’ a Londra (dal lontano 1981) hanno consentito a pochi di conoscerlo personalmente ed è stato troppo facile diffondere voci, sospetti, calunnie, fango sulla sua storia di militante politico e di uomo. Ancor più doloroso e grave che anche da ambienti idealmente vicini – ma tanto attenti al ‘politically supercorrect’ da trasformarsi in avvoltoi blateranti – siano giunti alcuni vigliacchi attacchi, degni del peggior nemico.

Massimo camerata, Massimo musicista, Massimo imprenditore. Tre facce di una stessa scelta di vita. L’esempio innanzitutto. Anche quando il suo nemico principale non fu più il ‘rosso’, il ‘sistema’, ‘i tiranni della democrazia’, ma il ‘male incurabile’, la forza dello spirito e della fede fu tanto robusta da lasciare inalterata la sua voglia di lottare per la sua neonata creatura politica, per le sue idee, per i suoi camerati. Forza che dimostrò anche quando mi raccontò con fierezza e semplicità della sua malattia, scoperta come un malvagio scherzo della vita il 1° aprile del 1998. Quando lo scorso anno perse una delle sue adorate figlie. Quando accettò di scrivere per un giornale, che allora dirigevo, il suo incontro col professor Luigi Di Bella: “Mentre si parla del mondo che sta affondando verso il baratro della perdita totale dei valori, dove l’aborto prende la corsia preferenziale, mentre la lotta per salvare la vita o curare le persone sembrano campi minati della società in putrefazione, dove egoismo ed edonismo si sostituiscono a senso etico e valori sociali col sostengo dei poteri forti che ci vogliono così, mi domando se mi fossi trovato davanti ad un pazzo o ad un Santo.”

Quando sprezzante del suo male girava l’Italia per cantare con lo slancio ideale e la generosità che lo contraddistingueva. Le battaglie contro l’aborto, contro l’omologazione economica e culturale, contro la droga, contro l’Europa dei mercanti sono sempre riecheggiate nelle parole delle sue tante canzoni, quelle che per vent’anni hanno fatto – e certamente continueranno a farlo – da colonna sonora alle battaglie ed ai raduni dei ‘fascisti’. Senza mai rinnegare le sue origini ideali, cantava che ”noi non siamo uomini d’oggi, siamo nati in un tempo sbagliato, ma siamo nati per davvero”, ben consapevole che ”entrammo nella vita dalla porta sbagliata in un tempo vigliacco” , ma altrettanto fiducioso che ”sul cemento un fiore nero nascerà”, sempre pronto a pregare ”la vita di non farci morire se non c’era un tramonto da poter ricordare, e il tramonto già c’era, era notte da un pezzo, ed il sole sorgendo ci negava il disprezzo”.

Le parole cantate che, però, oggi avrebbe maggiormente gradito sono tratte da una canzone non scritta da lui, ma che Massimo cantò in un indimenticabile concerto: ”braccia tese ai funerali ed un coro contro il vento, oggi è morto un camerata ne rinascono altri cento”. E’ questo il Massimino che ricorderò, quello del concerto romano del 26 giugno 1999 in via dei Fori Imperiali, davanti al Colosseo, il primo dopo il suo rientro in Italia, reso possibile solamente dalla sua malattia. Un’indimenticabile vittoria contro i nemici di ieri e di oggi, contro i benpensanti annidiati anche a due passi dalla comunità di Forza Nuova. Anche in quell’occasione esibì la sua forza per cantare i valori che ora ha lasciato in eredità non solo ai camerati di Forza Nuova, ma a tutti coloro che ancora lottano per l’Idea e non vogliono rinnegare.

 

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