L’Onu ci riprova. Lo scorso 20 giugno ha approvato una delle tante risoluzioni che hanno buone possibilità di restare lettera morta. Questa volta nel mirino delle Nazioni Unite è un’orribile pratica assai diffusa nelle zone di guerra: la violenza sessuale a danno dei civili. Lo stupro viene definito una tattica di guerra «per umiliare, dominare, instillare paura, cacciare e/o obbligare a cambiare casa i membri di una comunità o di un gruppo etnico». Perciò, viene chiesto «a tutte le parti coinvolte nei conflitti armati la cessazione completa e immediata della violenza sessuale contro i civili, con effetto immediato». Il testo, in pratica, minaccia di portare i colpevoli di fronte alla Corte penale internazionale de L’Aja, chiedendo al segretario generale dell’Onu di preparare un rapporto per individuare «i conflitti armati dove la violenza sessuale è stata usata ampiamente o sistematicamente contro i civili».
Tra le promotrici della risoluzione anche l’Italia ed il pensiero corre ad una delle pagine di storia dimenticate. Una di quelle che ancora appesantiscono la storia patria scritta dai vincitori. Ricordo agevolato da un volume appena arrivato in libreria: “Paisà” di Romano Bracalini. Lo scrittore rievoca un episodio che non è mai stato oggetto di fiction televisive, di periodiche rievocazioni giornalistiche, di dibattiti storici, di inchieste con testimonianze, di giornate celebrative. Storie scomode sacrificate sull’altare della santificazione della resistenza (ampiamente contestata dai volumi di Pansa) o del politicamente internazionale corretto elargito ai ‘liberatori’. Atteggiamento servile che ha riguardato anche le gesta delle truppe marocchine ed algerine, aggregate all’esercito francese, agli ordini del generale Alphonse Juin ed impegnate in Italia centrale nel 1944.
Nel mese di maggio, durante la quarta e decisiva battaglia di Cassino, il comandante francese fece un discorso chiaro alle truppe: «Soldati. Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete… Per cinquanta ore sarete padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete».
Il premio per la vittoria comprendeva il diritto di vita e di morte sugli italiani: «Per due giorni e due notti – racconta Bracalini – razziarono, violentarono, uccisero. Stuprarono donne e bambine, dagli otto agli ottant’anni, obbligando padri e mariti ad assistervi. Chi tentò di reagire venne ucciso… la furia bestiale che si abbatté sulle campagne e sui villaggi italiani, specie al Sud, dopo lo sbarco alleato a Anzio e l’avanzata su Roma nella primavera del 1944 è ancora in parte sconosciuta».
Furono almeno 60.000, secondo un’indagine ministeriale, le donne violentate (ma furono vittime di stupri anche bambini e sacerdoti), senza che finora alcun tribunale internazionale si sia mai interessato a questo crimine. Dopo l’indagine, la magistratura militare francese avviò 160 procedimenti giudiziari che riguardavano 360 soldati ed il tribunale francese emise alcune condanne. Ma nel complesso, l’atteggiamento di Parigi fu decisamente reticente.
Sul fronte della storiografia italiana fu anche peggio: un colpo di spugna per occultare e censurare questa tragica pagina scritta dai ‘liberatori’. Forse anche in nome di un esasperato ‘terzomondismo correct’ che depositò sui fatti il macigno definitivo. Un esempio emblematico: della vicenda non si trova alcuna traccia nel volume “Pane nero: Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale” della giornalista progressista Miriam Mafai, tanto antifascista quanto sbadata. Più ardito, ma non troppo, lo storico inglese Releigh Trevelyan in “Roma’44”: « …le truppe franco-algerine e i marocchini erano veri guerrieri delle montagne ed i loro metodi spregiudicati e crudeli di fare la guerra terrorizzavano sia i tedeschi sia la popolazione civile italiana».
Tante le pagine di storia dimenticate e l’uso politico della storia non ha reso facile l’indispensabile revisionismo della storia scritta dai vincitori. Foibe, stragi partigiane, bombardamenti alleati indiscriminati, stupri di massa. A quando un Tribunale per i ‘liberatori’?

Faber

7 pensiero su “Un Tribunale per i ‘liberatori’”
  1. Ciao Faber..in bocca al lupo x il tuo nuovo blog-sito, mi piace molto verrò spesso a farti visita, merita proprio di essere visitato…forse perchè politicamente scorretto?ahahhah ciaoooooooooo

  2. Come sempre, (lo ripeto) la storia la scrivono i vincitori e i loro epigoni. Nessuno ricorda la Strage di Biscari avvenuta in SIcilia (in provincia di Ragusa, il 14 luglio 1943, quando gli Alleati, da qualche giorno sbarcati nell’Isola massacrarono ben 76 prigionieri di guerra italiani e tedeschi.
    Ed episodi come quelli descritti, nel volume che segnali ve ne furono già in quei giorni in Sicilia. Basta leggere l’interessante libro “Il Corpo di Spedizione Francese in Italia, 1943-1944” di Fabrizio Carloni, Ed. Mursia, pubblicato nel 2006, che ne descrive diversi. Uno a Paceco, uno frazione contadina a pochi chilometri da Trapani, ma lì fratelli e mariti tirarono fuori le lupare e si fecero giustizia da sè.

  3. se ben ricordo erano gli “Amici del Vento” che cantavano:
    “..si chiamano sempre LIBERATORI gli assassini più forti, i nuovi vincitori..”

  4. Democraticamente è stato istituito Il Giorno della Memoria. Si tace della numerosa bibliografia esistente, da Papo De Montona, dal magnifico libro stampato a cura del Libero Comune di Zara, e Lo Scarabeo, i libri Vincenzo Maria De Luca, del Camerata Triestino purissimo Giorgio Rustia, ed altri ancora. Infatti, come in premessa, democraticamente.
    Camerateschi saluti.
    Beppe

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